Exhibitions — 02 / 17
Florence
Uno, nessuno e centomila

The newspaper
“Uno, Nessuno e Centomila — Agostino Dessì, artigiano di maschere”: the front page of the Florentine paper with the article transcribed below.
A portrait of Agostino Dessì and of the Alice Atelier in via Faenza, written by Silvia Gigli for the Florentine monthly Il Grillo Fiorentino.
From the first wooden masks carved in Sardinia to the papier-mâché of the Venetian masters: the article is reproduced below in its original Italian.
- Publication
- Il Grillo Fiorentino, Valdarno edition
- Author
- Silvia Gigli
- Language
- Italian

Uno, nessuno e centomila
Agostino Dessì, artigiano di maschere



La bottega, innanzitutto. Centinaia di volti appesi alle pareti, soli paffuti, lune enigmatiche, elfi maliziosi e cherubini rubicondi e svolazzanti. E poi gli occhi: migliaia di orbite vuote che scrutano oblique e sornione l’incauto avventore. È questo il regno del professor Dessì, di mestiere artigiano di maschere. Un universo di espressioni, sorrisi, nasi e rughe racchiuso tutto intero nell’unico locale dell’Alice Atelier, autentica bottega artigiana di via Faenza, nel cuore dell’antico quartiere di San Lorenzo. Non è fiorentino Dessì, ma di Firenze ha saputo assimilare gli umori migliori, la passione per l’artigianato di razza, per l’arte e la ricerca creativa.
Storia di una vocazione annunciata
“A Firenze sto bene — confessa appollaiato su un’asse da lavoro incrostata di colla e colori — qui ho finito i miei studi all’Accademia e qui, dopo la nascita di mia figlia Alice, ho scelto di vivere. È una città magnifica, fin troppo stimolante”. Nessun rimorso per aver lasciato la Sardegna, allora? “Rimorsi no, solo una nostalgia difficile da estirpare: il mare”. Che per un isolano è un po’ come dire le radici più vere.
E proprio a Cagliari, Agostino appena sedicenne lavorava già maschere di legno simili a quelle, storiche, dei “mammutones” isolani. Era un modo per dar sfogo alla creatività e per raggranellare qualche soldo durante il periodo del liceo. Come bottega una porzione di stanza nella casa dei nonni che il padre gli aveva riadattato a laboratorio (“Senza quella botteghina — ammette oggi — non ci sarebbe stato forse nemmeno questo lavoro”), e come prima galleria le pareti della mescita di vino che la madre gestiva in paese. Storia di una vocazione annunciata, insomma, di un ragazzino che invece di giocare a calcio o di intrecciare i primi flirt preferiva impiegare “il tempo libero in una botteghina a provare e riprovare a modellare il legno, il metallo, la creta”. E, in quella aspirazione apparentemente precoce verso la materia e le sue possibili anime, stava nascosto lo stesso piacere che, da adulto, lo spinge oggi a sperimentare, a osare, a penetrare nuovi segreti.
La bottega laboratorio e le ricerche sui materiali
Il gusto del demiurgo, o forse del maieuta, che prova una gioia sottile nel veder nascere una nuova opera e scoprire di essere riuscito a infondere qualcosa di vivo. Così il piccolo artista spicca il volo. Da Cagliari a Torino, Accademia di Belle Arti. Un anno di corso e la prima mostra “Totem e maschere” ed è già tempo di ripartire. Lui cova infatti un progetto ambizioso: studiare nelle migliori accademie italiane. Ma il destino ci mette lo zampino e una volta arrivato a Firenze per il secondo anno di corso decide di non ripartire più. L’ambiente è ideale e gli incontri stimolanti. Per mantenersi diventa bigiottiere, la sua stanza di studente continua ad essere per metà laboratorio (che è poi la dimensione ideale per ogni artigiano), e la sua bottega i gradini secolari del Ponte Vecchio. Passano così i fervidi anni ’70, fra le sperimentazioni e gli studi di cultura classica con il professor Oscar Gallo, il tempo di diplomarsi, di insegnare (…) e di mettere in cantiere una figlia. Nel ’79 Dessì apre finalmente la sua prima vera bottega e, pur continuando a realizzare bigiotteria in rame, ottone e alpacca, comincia a studiare seriamente intorno alla maschera. Inizia con il legno, poi con il cuoio e approda infine alla carta, ignorando però quale fosse l’ottimale per ottenere maschere leggere ed espressive come quelle che realizzavano gli artigiani veneziani del ’700.
I segreti dei maestri veneziani del ’700
Nel suo caparbio sperimentare arriva persino ad incollare insieme tredici strati di carta di giornale, praticamente inaccessibili al taglio delle forbici più affilate. Alla fine scopre le virtù della carta-cotone, della carta-lana e del carton cuoio e inizia l’avventura folgorante delle maschere. Ne realizza diverse unità sulla falsariga dei costumi del carnevale classico, delle maschere riprodotte negli affreschi del Tiepolo, e di quelle delle pitture del Longhi e dei disegni di Marcel Sand. Un piccolo bottino con tanto di sole, luna e mascherina a tre facce che letteralmente spopola al Carnevale di Venezia del 1980. È proprio da Venezia, nel rinnovato fulgore del Carnevale fino ad allora festeggiato in sordina, che riparte la riscossa delle maschere dopo un oblio di quasi due secoli decretato da Napoleone I.
Gli artigiani della Serenissima soppressi da Napoleone
Pare infatti che per i soldati entrati a Venezia al seguito del Bonaparte fossero state molto più nocive le anonime bautte (maschere bianche che i civili indossavano in qualsiasi occasione e con le quali potevano agevolmente sottrarsi ai controlli e ai riconoscimenti) delle armi vere e proprie. Cancellate così, alla fine del ’700, le maschere da Venezia e con esse ben 23 botteghe artigiane che le producevano per la Serenissima, si era perduta una tradizione che è stata recuperata solo di recente. Uno dei suoi alfieri più appassionati è di certo il professor Dessì che in questi anni non ha smesso un attimo di modellare su creta, gesso e carta e di dipingere poi a mano volti e figure da favola, di fare mostre in ogni angolo del mondo e di insegnare nei suoi corsi a chiunque lo desideri il segreto o la magia del suo mestiere.
Sia che si tratti di una maschera del vero, ottenuta dal calco di gesso del volto che si intende riprodurre, dei ghigni grotteschi dei satiri rossi e neri o della croccante consistenza di certe rosse foglie autunnali con tanto di occhi e stelo piegato a mezzaluna, c’è infatti qualcosa di vivo, di magico in quei volti di papier-mâché. Che, a ben guardare, va certo al di là della cartapesta.
Silvia Gigli